#02Aprile – “VIENI FUORI C’E’ ANCORA VITA” (5a Domenica di Quaresima/A)

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Giovanni 11, 1-45
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava, […] poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo. […] Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. […] Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». . […] Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». […] Gesù scoppiò in pianto, […] commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciatelo andare». 

 

RIFLESSIONE

Questo brano mi appare come un meraviglioso dipinto della tenerezza di Dio, che poi altro non è che il riflesso del nostro bisogno e del nostro desiderio di tenerezza. Chi non vorrebbe nel momento del dolore, del bisogno, un amico che corre da te, che è accanto, che ti cerca, accoglie il tuo pianto, piange con te, fa un pezzo di strada con te per ricostruirti e riavere vita? Forse tutti, e come lo desideriamo per noi dobbiamo farlo per altri.

Gesù è questo, si dimostra così tenero e fragile, nel correre dai suoi amici intimi che aveva, che preferiva: Lazzaro e le sue due sorelle. La scena è simile a tante di quelle che si ripetono nei secoli, e che in maniera più o meno grave tutti abbiamo passato: l’esperienza del dolore che ti blocca la vita, ti sembra di morire e non poter andare avanti, dove hai forse due possibilità, o esplodere o tenere tutto dentro e divenire un ghiaccio. Anche le domande sono le stesse, Maria e Marta sembrano essere le pioniere del grido “perché, perché a me, e tu Dio dove eri, dove sei?”. L’esperienza del dolore più o meno grave che si traduce in una malattia, in una morte, in un fallimento lavorativo, in una relazione in cui avevi investito tanto ma andata male, in una bocciatura, in un qualsiasi altra cosa degna di rispetto che impedisce al cuore di sorridere.

Non voglio qui fare un trattato sul dove è Dio nella sofferenza, perché credo che non bastino le pagine di tutto il mondo per sciogliere l’enigma, perché non si può fare teoria su ciò, si può solo fare e raccontare un esperienza. E forse ciò che dico suona anche di mia esperienza con Lui. Mi interessa sottolineare la risposta che Gesù da ai suoi discepoli, la dimostrazione che vuole dare: “Non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”, un po’ tradotta alla buona è “non tutti i mali vengono per nuocere”.

Da questo voglio partire, forse attingendo inconsciamente a me, nessuna sofferenza non può non portare in noi frutti e fiori di bellezza, di crescita. Amo spesso ripetere, con un’immagine della Bibbia, che l’oro appena uscito dalla miniera è sporco, grezzo, e deve passare nel fuoco perché si sciolgano le impurità ed emerga prezioso e splendido. Spesso noi dobbiamo così purificarci nella sofferenza, nostra o di chi amiamo.

La sofferenza apre alla concretezza della vita, a guardare al necessario senza perdere tempo, insegna a concretizzare e non perder parole a vuoto, a pensare a ciò che si dice o si fa. La sofferenza rende preziosi. Mi verrebbe da dire che chi ha sofferto deve esser orgoglioso perché è divenuto stupendo dentro.

Senza dilungarmi troppo vorrei sintetizzare così il tutto. Quando si soffre occorre una grande forza e riferimenti solidi ai quali aggrapparsi, occorre una relazionalità di affetti e forze; il rischio poi è, spesso, di pretendere che gli altri ti diano ciò che non possono, perché non possono o non riescono a capire, ma ciò non significa che non ci vogliano bene. Occorre così un affetto più grande, oltre l’umano, in Dio, in questo Dio che piange e cammina accanto all’uomo e dispensa amore. Occorre recuperare tanto il silenzio per la riflessione, la meditazione con lui. Nel silenzio incontriamo Lui, e quando si incontra Dio si incontra l’uomo, incontriamo il profondo di noi. Lui è Colui che dice “Alzati vieni fuori”. Lo ripete sempre ad ogni sofferente: “Vieni fuori non lasciarti schiacciare, sei un dono per te stesso e per chi vive accanto a te”.

Da quattro giorni Lazzaro puzzava, come spesso i nostri cuori appesantiti, ma non è tardi, con Lui si può sempre recuperare. Nella relazione con lui poi hai in dono gli occhi per guardare i germogli semplici e meravigliosi di amore che gli altri ti donano, accogliendoli e non pretendendoli. Quando si soffre occorre cercare questo silenzio per recuperare se stessi, quando si vede soffrire occorre amare, anche se sei impotente, amare sino alla fine, oserei dire anche aiutare l’altro a morire amandolo se non puoi aiutare a farlo vivere amandolo.

BUONA DOMENICA DI VITA E SPERANZA!!!

 

 

 

 

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