#2Novembre “NOI SIAMO SERI APPARTENIAMO ALLA MORTE” – Riflessione Teologica sulla livella di Toto’

Di Massimiliano Arena

Partendo da questa celebre frase, tradotta in italiano, della poesia “A livella” di Totò vorrei fornire qualche riflessione sul tema della Solennità di Tutti i Santi  e della Commemorazione dei defunti. Mi piacerebbe definirle riflessioni esistenziali, con la caratteristica teologico/spirituale, anche se cercherò di farlo usando un linguaggio il più semplice possibile, cosi che possa essere uno strumento “culturale” utile per tutti i lettori e non una disquisizione teologica da pubblicare fine a se stessa. Cercherò di leggere il testo poetico di nota fama in parallelo al brano del Vangelo che viene letto nelle due citate ricorrenze nelle celebrazioni in Chiesa: Le Beatitudini.

 Ogn’anno,il due novembre,c’é l’usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.

Ogn’anno,puntualmente,in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch’io ci vado,e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza.

Puntualmente, torna ogni anno questa usanza, nonostante spesso continuiamo a ripeterci che sarà l’ultimo anno, promettendo a noi stessi di non spendere più soldi in lumini e fiori, ma siamo sempre  li a sentire il bisogno di rendere tale omaggio. Non è questo il luogo ora per discutere se sia o non sia giusto disperdere risorse economiche in tali usanze, ma una cosa è vera e reale: sentiamo il bisogno di essere in contatto, in comunione con chi ci ha preceduti e ci ha amati, abbiamo amato. In fondo non lo facciamo solo con i defunti cari, lo facciamo anche con i Santi verso cui abbiamo stima e venerazione, andato a visitare tombe, luoghi e santuari. Anche qui, esoneriamoci da un discorso serio sul tema del culto dei santi che mai deve sostituire, superare, il culto e l’adorazione che va solo a Cristo, ma concentriamoci sul bisogno umano di avere un contatto, in questo caso, con chi ci ha preceduto compiendo azioni positive. È questa la centralità di questi due giorni del 1 e 2 Novembre: la comunione dei Santi. Cosa è? Per chi frequenta le Liturgie Domenicali lo diciamo meccanicamente durante il credo: credo nella comunione dei santi. Altro non è (spiegato in maniera semplice) che l’immenso fiume di uomini e donne che ci hanno preceduto ed hanno vissuto questa meravigliosa battaglia che è la vita, si sono sforzati di viverla con amore, faticando, donando affetto verso famiglia e società, donando la stessa vita, vivendo appunto la santità. Due feste unite, Santi e Defunti, per dirci che i santi non sono solo quelli del calendario, i tanti che hanno avuto il “privilegio” di essere portati agli onori degli altari dalla Chiesa, ricordando con onestà storica ed intellettuale che in alcuni momenti ha esagerato, ed in altri ha fatto bene dando una valenza pedagogica, come nell’ultimo secolo con Giovanni Paolo II, elevando alla santità laici, padri e madri di famiglia, economisti, politici, medici. Si, non solo gli ufficialmente “santificati!”, ma sono i tanti che anche noi conosciamo, nostri parenti, amici, conoscenti, che hanno riempito la storia delle nostre città, delle nostre case. Con questi “Santi” vogliamo fare “comunione”, fare festa, ricordarli, sentirci uniti e prenderne esempio. Tutti siamo “Santi”, c’è lo ricorda la Sacra Scrittura sempre, di continuo, e l’Apostolo Paolo in tutte le sue lettere chiamo sempre tutti con l’appellativo “Santi”.

Questi due giorni assumono cosi non solo il carattere di una tradizione popolare, non solo un modo per esorcizzare la morte (tradotto poi anche nella festa di Halloween), ma soprattutto una festa profondamente umana, che arricchisce il mio umano, lo fa maturare.

St’anno m’é capitato ‘navventura…
dopo di aver compiuto il triste omaggio.
Madonna! si ce penzo,e che paura!,
ma po’ facette un’anema e curaggio.

‘O fatto è chisto, statemi a sentire:
s’avvicinava ll’ora d’à chiusura:
io,tomo tomo,stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

È qui, in questi versi semplici, il mistero della vita che si comprende e dispiega solo nella capacità di stupirsi ancora, di sapere che non abbiamo ancora imparato tutto, che non abbiamo visto tutto, che da tutto e da tutti possiamo ancora apprendere, che la nostra vita è fatta di “amore, e l’amore è fatto di relazioni, positive e negative, da cui sempre apprendere. Molte cose sembrano provocarci paura e dolore, e lo fanno realmente, ma sempre hanno da insegnarci qualcosa. Qui appare illuminante il primo versetto del testo delle Beatitudini: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” ( cfr Matteo 5,1).  Insieme all’ultimo versetto è l’unico che ha una promessa al presente, dicendo è  il regno dei cieli e non sarà/erediterà come nelle altre. I poveri in spirito sono coloro che sanno che devono ancora “dipendere”, che non si sentono super uomini o peggio ancora degli dei. Nell’antico testamento i poveri di javhe, erano coloro che attendevano che da Dio arrivassero doni come ci ricorda Isaia e cantavano “o cieli piovete dall’altro, o nubi mandateci il santo” (Cfr Isaia 45,8).  Quelli che la Scrittura, tante volte nei Salmi, indica con i bambini, pronti a dover ricevere il “latte spirituale” dal seno di Dio. Lo stesso Gesù quando dice che “dobbiamo diventare come bambini” (Cfr. Matteo 18,1-4) non vuole dire che dobbiamo divenire “incapaci del male” come spesso si dice, perché i bambini sono capaci anch’essi del male, ed in questo psicologi e pedagogisti possono confermare, ma Gesù vuole esaltare quella capacità dei bambini di saper ancora dipendere, cercare aiuto dal genitore. Noi dobbiamo saper “dipendere” da Dio, cercare le Sue braccia, la Sua Parola, il Suo sguardo di misericordia. Fuori di ciò l’uomo si sentirà Dio di se stesso, rischiando di non avere più una legge su cui basarsi, cedendo al relativismo, al crearsi una legge propria per l’idea che ciascuno “basta a se stesso” e ciascuno “decide per se”, ma quando toccherà il fondo della sua fragilità resterà in crisi, perché sarà deluso di se stesso. Invece confidando e sapendo di “dipendere” da Dio avrà sempre ed ancora le Sue braccia di Misericordia pronto a rialzarlo.

In questa ottica anche la morte è un’esperienza che può aiutarci a maturare. La morte di persone care che ci lascia un vuoto da colmare e su cui riflettere, la malattia di persone care, la malattia personale, tutto è lezione di vita per prendere consapevolezza di donarsi, donare, amare, lasciarsi amare, senza perdite di tempo.

Di essi è il regno dei cieli dice il Vangelo perché vivendo con questa tensione del cuore già ora, nel “qui ed ora” si vive il regno di Dio, tutto appare come Suo dono, da completarsi nel “già e non ancora” del Regno futuro, quello descritto nelle visioni dell’Apocalisse.

 “Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l’11 maggio del’31”

‘O stemma cu ‘a curona ‘ncoppa a tutto…
…sotto ‘na croce fatta ‘e lampadine;
tre mazze ‘e rose cu ‘na lista ‘e lutto:
cannele,cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e stu signore
nce stava ‘n ‘ata tomba piccerella,
abbandunata,senza manco un fiore;
pe’ segno,sulamente ‘na crucella.

 

E ncoppa ‘a croce appena se liggeva:
“Esposito Gennaro – netturbino”:
guardannola,che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! ‘ncapo a me penzavo…
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s’aspettava
ca pur all’atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,
s’era ggià fatta quase mezanotte,
e i’rimanette ‘nchiuso priggiuniero,
muorto ‘e paura…nnanze ‘e cannelotte.

Tutto a ‘nu tratto,che veco ‘a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…
Penzaje:stu fatto a me mme pare strano…
Stongo scetato…dormo,o è fantasia?

Ate che fantasia;era ‘o Marchese:
c’o’ tubbo,’a caramella e c’o’ pastrano;
chill’ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu ‘nascopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro…
‘omuorto puveriello…’o scupatore.
‘Int ‘a stu fatto i’ nun ce veco chiaro:
so’ muorte e se ritirano a chest’ora?

Putevano sta’ ‘a me quase ‘nu palmo,
quanno ‘o Marchese se fermaje ‘e botto,
s’avota e tomo tomo..calmo calmo,
dicette a don Gennaro:”Giovanotto!

Da Voi vorrei saper,vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir,per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!

La casta è casta e va,si,rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava,si,inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d’uopo,quindi,che cerchiate un fosso
tra i vostri pari,tra la vostra gente”

“Signor Marchese,nun è colpa mia,
i’nun v’avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa’ sta fesseria,
i’ che putevo fa’ si ero muorto?

Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse
e proprio mo,obbj’…’nd’a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n’ata fossa”.

“E cosa aspetti,oh turpe malcreato,
che l’ira mia raggiunga l’eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!”

“Famme vedé..-piglia sta violenza…
‘A verità,Marché,mme so’ scucciato
‘e te senti;e si perdo ‘a pacienza,
mme scordo ca so’ muorto e so mazzate!…

Ma chi te cride d’essere…nu ddio?
Ccà dinto,’o vvuo capi,ca simmo eguale?…
…Muorto si’tu e muorto so’ pur’io;
ognuno comme a ‘na’ato é tale e quale”.

“Lurido porco!…Come ti permetti
paragonarti a me ch’ebbi natali
illustri,nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?”.

 Si è continuamente davanti all’ingiustizia della vita, oggi siamo circondati da pensieri simili girovagando nelle strade della nostra esistenza, nei meandri di internet assistiamo, spesso noi stessi subiamo, continue ingiustizie della vita. Le abbiamo viste subire ad altri, ai nostri cari, noi stessi ne siamo vittime. Cosa fare? Come reagire? Ce lo dicono le beatitudini, ce lo confermano la storia dei santi famosi, e forse le tante storie che conosciamo. Restare inermi? Questo mai, non è cristiano, e chiunque professi una simile cosa non ha compreso a pieno la potenza rivoluzionaria di amore e di giustizia del Vangelo.

 “Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati.  Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta.  Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia.  Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi”(Cfr. Matteo 5, 5-11).

Diverse categorie, i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di giustizia e di pace. Affrontare il mondo con mitezza e misericordia è affrontarlo con un cuore capace di non vendetta, un cuore aperto, “misero”, che sarà in prima persona di essere fragile, non come il marchese del testo di Totò che si crede un Dio. Chi sa di essere fragile, ne è consapevole, sa e può guardare meglio alle fragilità altrui, alle povertà altrui, ai difetti altrui e guardarli non sentendosi superiore, ma con misericordia. Occorre stare attenti però ad un passaggio, guardare con misericordia non è essere “fessi”, non elimina la lotta per la giustizia, perché vengano rispettati anche i diritti dei più deboli. Elimina il giudizio, il sentirsi superiori per eliminare la violenza ed il sopruso. Gli operatori di giustizia, ci dicono le Beatitudini, anche essi hanno ora, nel presente, il regno di Dio, perché grazie alla loro lotta per il bene, per la giustizia, stanno costruendo il regno, ne sono non solo fruitori ma co-costruttori con Dio. Il Vangelo quindi non da minino spazio agli inermi, anzi, coloro che lottano per la giustizia, per il bene di tutti, ma lo fanno con misericordia e mitezza, hanno la stessa dignità di Dio, sono co-costruttori.

La domanda sorge drammatica quando non si può più lottare, quando le circostanze impediscono davvero la lotta. Anche li non c’è spazio per l’essere inermi. Le Beatitudini sono chiare: beati gli afflitti perché saranno consolati (Cfr Matteo 5,2). Quando non puoi più lottare devi affidare a Dio piangendo. Le lacrime sono preghiera, basti pensare a tutti i salmi di lamento che ritroviamo all’interno della Sacra Scrittura, pieni di sentimenti anche di rabbia verso Dio, ma pur sempre preghiera, pur sempre consapevoli che non siamo noi gli dei di noi stessi, sempre consapevoli che “dipendiamo”. Rabbia, lamento, pianto, ma sempre con abbandono in Lui. Dice il testo biblico che “saranno consolati”, ciò che non hanno vissuto nel “qui ed ora” lo vivranno “già e non ancora” del Regno di Dio promesso. In tutte le Beatitudini è da tener presente che la condizione di “beati”, di felicità, non è data dalla categoria iniziale, cioè dall’essere infelici, miti, misericordiosi, ma è data dalla causale successiva, dal “perché…”. È l’intervento, la promessa, l’attuazione di Dio che da la condizione della felicità e dei beati.

Quante fatiche, lotte, tribolazioni, hanno vissuto di nostri cari defunti? Quante ne hanno vissute i Santi di cui veneriamo la memoria? Perché noi dovremmo esserne esonerati se siamo parte di questo meraviglioso fiume di umanità, se siamo membri, se crediamo, nella comunione dei Santi?

“Tu qua’ Natale…Pasca e Ppifania!!!
T”o vvuo’ mettere ‘ncapo…’int’a cervella 
che staje malato ancora e’ fantasia?…
‘A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella.

‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò,stamme a ssenti…nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”

Si, noi siamo seri, apparteniamo alla morte. Essa non ci fa paura, come dice una preghiera della Liturgia dei funerali, essa “è comune eredità di tutti gli uomini” (cfr Messale Romano, Prefazio dei Defunti, n V). Fa parte di noi, come tale non ci spaventa, si ci lascia spesso impreparati, non ci abitueremo mai ad essa, ma se ci proiettiamo ad essa, se comprendiamo che dopo averla oltrepassata di noi altro non resterà che quanto siamo stati capaci di amare, allora la vita, forse, cambia, può assumere una connotazione diversa, la vita prende un po’ di senso. Da vivi spesso diveniamo schiavi di mode, modi di fare, agire, ci svendiamo in cose troppo umane, perdendo dignità e bellezza, perdiamo tempo e felicità in cose, relazioni, situazioni che non meritano. Nella morte c’è più serietà, tutto è reso uguale, tutto è messo a livella, senza possibilità di sgarro. Allora la morte, proprio lei, la tanto temuta, ha da insegnarci a vivere. Che paradosso, solo l’Amore può vivere questi paradossi, solo Dio, che è l’Amore può vivere questo paradosso: per una vita intera non ti abituerai mai all’idea di morire, eppure essa, la morte, può aiutarci a capire come vivere. Tra gli ultimi capitoli del Vangelo di Matteo, prima della Passione, ritroviamo il racconto del giudizio finale in cui tutti saremo pesati sul quanto abbiamo amato, nella semplicità e nella spontaneità, nella quotidianità, nel vivere con profonda concretezza quelle beatitudini di cui si parlava prima (Cfr Matteo 25). La morte, recita il testo poetico che ci accompagna, fa perdere tutto, ma pensandoci fa perdere ciò che è superfluo per continuare, ciò che ci ha accompagnato nella vita terrena, ma non ci potrà mai togliere l’amore che abbiamo donato e che resta, quello che abbiamo ricevuto che deve fruttificare e non divenire un ricordo.

Le pagliacciate le facciamo in vita perché persi troppo a lamentarci se gli altri, forse gli “empi” come direbbero tanti passaggi che troviamo nei Salmi, stanno meglio di noi, hanno più di noi, vivono meglio di noi, e magari hanno tutto ciò perché lo hanno ottenuto senza fatica e con metodi poco legittimi, e noi invece che fatichiamo sempre non abbiamo le stesse cose. È storia vecchia dell’uomo, ne parlano i Salmi, i continui lamenti dei giusti che sentono invidia degli empi, dimenticando che sono giusti, che stanno vivendo ed attuando il Regno di Dio, che come dicono le Beatitudini, di essi è il regno dei cieli, perché lo stanno vivendo.

Noi siamo seri, apparteniamo alla morte perché è condizione di noi. Non lasciamoci spaventare da essa ma tiriamola a nostro vantaggio su sprono al come vivere, al recuperare senso e direzione della vita.

 

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