#10marzo2018 “POSSO RESETTARE E RICOMINCIARE LA MIA VITA PERCHÉ DIO AMA ME” (4a di #QUARESIMA /B)

A cura di Massimiliano Arena,


Giovanni 3, 14-21
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio (…)».

RIFLESSIONE

Un Vangelo dolcissimo, parla di amore e di tenerezza, ma che mi spinge immediatamente ad un autocritica dura, forse non condivisibile, ma di cui mi prendo per primo la responsabilità: maledetti noi cristiani che abbiamo fatto passare l’immagine di un Dio “giudice” che è li, accanto a noi, con il fiato sul collo, a dire ciò che si fa e ciò che non si fa.

Meravigliosa perciò questa frase del Vangelo che ci dice: “Dio non ha mandato il Figlio per giudicare ma per salvare”. Chi necessita di salvezza? Tutti noi, ogni uomo, ogni credente, ogni indifferente e menefreghista nei confronti di Dio e della vita, ogni ateo. Salvezza? Cosa è? Salvezza viene da “Salus” termine latino che indica ciò che mi fa star bene. Nulla più dell’Amore, che è Dio stesso, può farci stare bene. La risposta quindi è Dio stesso, e noi uomini, sue creatura, per nostra natura fatti di “particelle di amore” necessitiamo di amare ed esser amati. Il nostro limitato ragionare umano rende meritevole di amore solo chi ama, in una grande logica di contraccambio. Il cattivo, spesso tale perché a lui stesso sono state chiuse le porte dell’amore, quindi non avrà amore, non lo merita. Sarà sempre doppiamente vittima. Per Dio, Colui che salva, non è così, Dio ama tutti. Il Vangelo dice che chi non crede è condannato. Credere non è andare a messa, ricevere puntualmente tutti i sacramenti, essere bravi cristiani. Credere è qualcosa che riguarda il profondo di me stesso, del mio intimo, il mio bisogno di nutrimento interiore. Il verbo “credere” non può essere diviso dal sostantivo “fede”, dal latino “fidei”, che significa “fiducia”. Quindi credere è avere la consapevolezza, la “fiducia”, avere fede che nonostante la mia povertà Dio mi ama, non per darmi la mera consolazione convincendomi che almeno Lui in ultima spiaggia si prende cura di me, ma per farmi prendere consapevolezza che Egli non guarda al passato, non spinge a piangersi inutilmente addosso, ma mi tende la mano, indica, accompagna, costruisce con me un nuovo futuro che ogni giorno può avere inizio solo dalla mia volontà di mettere tutto ciò in moto. Credere allora significa ammettere che con Dio posso cambiare la mia esistenza, avere una vita nuova, con nuove scelte, nuovi sguardi, nuove ottiche. Da qui poi nasce il nutrimento di questo amore, di questa fiducia. Il rapporto silenzioso con Lui, con la Bibbia, la Messa, i sacramenti, altro non so che ciò che nutre questa mia fiducia, amore, ciò che mi indica, come in una palestra, come muovermi.

Dio mi è con il fiato sul collo, ma non per giudicarmi, controllarmi, ma con il fiato sul collo di un innamorato che abbraccia, riscalda. All’inizio del brano si dice che “deve esser innalzato come il serpente di Mose”. Che significa? Nella storia della liberazione degli ebrei Mosè per convincere il faraone che il Dio del popolo di Israele era vero trasforma il bastone in serpente, e lo innalza, come segno. Così Gesù si è innalzato, inchiodato sulla Croce, da giusto di è fatto colpevole, per dimostrare agli uomini il suo amore. Quando non capiamo più se davvero ci ama, se ha fiducia in noi, se c’è nella nostra vita, pesante, quella mano ancora pronta a guidarci, allora guardiamo la Croce.

Questa è la fede, meravigliosa, nulla di più di un meraviglioso intreccio di sguardi che può cambiarmi la vita. Quando ti senti solo non hai forza per nulla, quando ti senti amato sai che puoi lottare, in nome e con qualcuno. Spesso ciò che ci manca in realtà è amore a noi stessi, più che non credere in Dio non crediamo in noi stessi, e che con Lui possiamo farcela. Concludo con una brano di uno scrittore, autore di un testo meraviglioso edito anni fa, dal titolo “Sentirsi Amati”, Henri Nouwen. Egli scrive: “Diventare gli Amati significa lasciare che la verità dell’ ”essere amati” si incarni in ogni cosa che pensiamo, diciamo o facciamo. Ciò comporta un lungo e doloroso processo di appropriazione o, meglio, di incarnazione. Finché “essere l’Amato” è poco più di un bel pensiero o di una idea sublime, sospesa sulla mia vita per impedirmi di diventare depresso, niente cambia veramente. Ciò che è richiesto, è diventare l’Amato nella banale vita di ogni giorno e, a poco a poco, colmare il vuoto che esiste tra ciò che io so di essere e le innumerevoli specifiche realtà della vita quotidiana. Diventare l’Amato significa calare nella ordinarietà di ciò che io sono e, quindi, di ciò che penso, dico e faccio ora dopo ora, la verità che mi è stata rivelata dall’alto.”

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