#26Febbraio2019 “LA SUPERBIA FA PERDERE LE PAROLE” (Martedì 7a #TempoOrdinario)

A cura del prof Massimiliano Arena

Domenica scorsa abbiamo parlato di Amore, di questo essere necessario dei cristiani.

Questa eterna lotta tra noi umani a voler primeggiare cozza terribilmente con l’amore. Dico tra noi umani perché come voler dominare sul branco facendosi eleggere capo è in realtà un atteggiamento animale che abbiamo voluto assumere.

L’uomo è fatto di Amore, perché di Dio che è Amore. Noi siamo fatti per la #Fraternita #Cooperazione #Solidarieta.

La superbia, che ti gonfia dentro, ti toglie le parole. “una bocca amabile moltiplica gli amici” diceva un brano del Siracide. Al contrario una bocca superba rischia di allontanare tutti.

Perché Gesù pone un bambino al centro? Perché i bambini hanno ancora una capacità: sanno dipendere dall’adulto e questo dover dipendere non gli inorgoglisce.

Noi, per curare la superbia, dobbiamo dipendere dall’amore di Dio, una dipendenza non di sottomissione, ma di assorbimento, come ad una fonte, attingere da Lui che ama la mia piccolezza e la esalta per amare gli altri nella condivisione.

Ecco il testo del Vangelo

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 9,30-37.

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse.
Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà».
Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni.
Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?».
Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande.
Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro:
«Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».
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