#16Giugno2022 – LA PREGHIERA DELLA FRATELLANZA – (Giovedì 11a Tempo Ordinario)

Voglio offrire oggi una riflessione (che ho scritto tempo fa) sulla preghiera del Padre Nostro

Occorre innanzitutto ricordare che è una preghiera ricca di elementi di tradizione ebraica, quindi si inserisce nel contesto dello stile di preghiera imparato da Gesù, nella tradizione dei nostri fratelli maggiori Ebrei, in particolare nella preghiera dello Yiddish, ma che si apre ai tratti rivoluzionari ed unici della preghiera cristiana, unica nel suo genere rispetto a tutte le religioni.

Il contesto in cui viene presentata è un discorso sullo stile di vita, in cui viene sottolineata la discrepanza della vita tra preghiera e azioni concreti, tra preghiera e comportamenti. Nel cristianesimo questo non è più contemplato, fede ed opere non vanno in contrapposizione, sono le due gambe della vita del cristiano.

Analizziamo il testo della preghiera

  • “Padre nostro”: Parte dal concetto ebraico di Dio Padre della Legge, figura di Padre garante della legge e ci spinge ad una presa di consapevolezza imprescindibile dal cristianesimo, cioè che se Dio è Padre nostro, Padre di tutti, allora tutti gli altri uomini sono miei fratelli, miei coeredi della stessa bellezza di Dio. San Paolo stesso definirà i cristiani “coeredi di Cristo” (Cfr. Rm 8, 17) . Abbiamo una grande dignità da vivere e condividere.
  • “Che sei nei cieli”: Un termine molto utilizzato nella preghiera del Kaddish ebraica, ed il termine “El” in ebraico che riprende Dio come “Altissimo”. Gesù vuole definire che stiamo parlando di Dio, a cui va il massimo rispetto a cui poi si contrappone quel “cosi in terra successivo”.
  • “Sia santificato il tuo nome”: Dio ha bisogno della nostra santificazione? Egli è già santo, noi preghiamo per rendere santo il suo nome qui, tra noi, per rendere vera la sua presenza, prenderne consapevolezza. Agostino nella Lettera a Proba con cui spiega il Padre Nostro dice chiaramente che Dio sa giù cosa vogliamo dirgli nella preghiera, ma vuole che noi lo diciamo perché ne prendiamo coscienza, perché portiamo a Dio la consapevolezza della nostra richiesta, ne riflettiamo sulla bontà.
  • “Venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà”: La preghiera è ricerca della volontà di Dio e collaborazione ad instaurare il Suo Regno di Amore. Per questo il vedere gli altri come fratelli con cui interagire e con cui costruire il Regno della nuova Civiltà dell’Amore e chiedersi nelle scelte difficili quale sia la volontà di Dio. Come si comprende la volontà di Dio? Nella relazione con Lui, nella quotidianità di dialogo con Lui nella Parola, giorno per giorno, impari a conoscere Dio e come pensa, la Sua volontà, contri gli inganni di ciò che dicevano la scorsa volta del “io parlo con Dio”. Per comprendere se il nostro dialogo con Lui contiene verità deve essere conforme alla Parola di Dio e lo scopro in un lavoro costante e quotidiano con la Parola che in me si fa spazio, crea casa, crea logica, pensiero, modo di pensare per arrivare, come dice san Paolo, ad avere “gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù” (Cfr. Fil 2, 5).
  • “Come in cielo cosi in terra”: Qui la contrapposizione citata prima. La preghiera del Kaddish come dicevamo contiene la prima espressione. La recita del Yiddish recitato al mattino parlava di prendere consapevolezza dei comandamenti di Dio. Dio è Dio nei cieli e io uomo lo rendo visibile qui sulla terra, con la mia vita, cosi come ha fatto Cristo.
  • “Dacci il nostro pane quotidiano”: Nella preghiera ebraica di benedizione si parla di Dio che “nutre ogni vivente”, ripreso anche nei Salmi. Il Dio della manna nel deserto. Egli provvede a ciò di cui abbiamo bisogno non è inteso come sterile provvidenza (spesso forviante). Nell’antico Testamento Dio provvede al cibo dei suoi viventi perché ad essi non manchi la forza ed il vigore della vita. Il cibo visto come energia, come “benzina” per il corpo. Gesù sta chiedendo al Padre la giusta energia, il potenziale necessario. Nella Preghiera del Padre Nostro noi chiediamo a Dio di essere nostra forza, di non farci cedere alle tentazioni della vita, di farci vivere la fraternità necessaria.
  • “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”: Oggi abbiamo aggiunto “come anche noi…”. Il senso è chiarissimo, si comprende la necessità di amare e perdonare i fratelli se mi sento perdonato da Dio. Il perdono è indispensabile per vivere la fraternità, perché siamo umani e fragili e siamo destinati a cadere, essere fragili, farci male e far male, ma il perdono è l’ingrediente necessario. Si chiede a Dio un ingrediente necessario. Si chiede a Dio amore e perdono per la propria fragilità per poi amare la fragilità del fratello. Nel libro dei Siracide c’è un’espressione opposta nel senso, che chiede di avere forza di perdonare i fratelli perché solo cosi si potrà ottenere il perdono di Dio (Cfr. Sir 28, 2). Il senso è differente ma dicono una cosa comune nella consapevolezza che l’amore al fratello non può prescindere da quello di Dio e viceversa.
  • “Non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male”: Qui tutta la nuova discussione su Dio permette o non permette la tentazione. Il senso vero si comprende in ciò che dicevamo prima sul chiedere a Dio la forza. Non è Dio a permettere o non permettere la tentazione, essa fa parte della nostra condizione umana, della nostra fragilità, a Dio chiediamo la forza di non soccombere ad essa, di riuscire a superarla, di riuscire a superare l’esame. I due termini discussi sono “non indurre/abbandonare” e “tentazione”. L’originale greco presenta, parlando di “non indurre/abbandonare” il termine “eisenenkes” che tra i suoi significati a “portare fuori”, tradotto da Girolamo in latino con “non inducas” una forza negativa che dice la contraddizione non portare dentro, quindi portare fuori, erroneamente poi tradotto con “non indurre”. Per questo “abbandonare” risuona meglio, indica quel non lasciare dentro, condurre fuori, dice la preoccupazione di Dio che non abbandona i suoi figli. Il termine tentazione poi dal greco è “peirasmos” che significa “prova” oppure ancora meglio “esame”. Si chiede a Dio di non abbandonarci soli nel momento dell’esame, quello in cui la vita ci porrà davanti a scelte in cui dovremmo dimostrare di aver capito la teoria, l’essere cristiani.

ECCO IL TESTO DEL VANGELO

Mt 6,7-15

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

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