#11Settembre2022 – UN ABBRACCIO SULLE TUE FRAGILITA’- (Domenica 24ma Tempo Ordinario/C)

Tre parabole in una con al centro una certezza: Dio è misericordioso e l’uomo per lui è più importante del suo peccato.

Questa è la certezza e sintesi più bella della Bibbia, che Dio è Amore e Misericordia, Cristo è immagine viva del Dio Amore e Misericordia, e l’uomo è sempre avvolto dall’amore di Dio che lo risolleva da ogni peccato e fragilità che vuole portarlo lontano dalla sua vera natura.

Si, la natura dell’uomo è fatta di Amore, come quella di Dio, ma noi uomini ci perdiamo spesso, come la pecorella, la moneta e il figlio minore di queste tre parabole. Ci perdiamo dietro le nostre convinzioni, orgoglio, superbia, ma Dio ci ritrova e fa ritrovare noi stessi.

Una pecorella smarrita che esce dal gregge convinta di poter fare da sola, senza aiuto dei simili, senza protezione del pastore, per un suo capriccio, potrebbe essere destinata a morire nei pericoli vari. Questo pastore lascia le 99 e va in cerca. Mettere a rischio tutto per una pecorella? Si, questo ci è difficile capirlo, ma è la logica di Dio. Stare con amore accanto, cercare, accompagnare, rischiare dietro, a chi è smarrito, capriccioso e più debole. Certo, secondo le nostre logiche, sarebbe più comode lasciarla andare via (cacciarla via come faremmo noi nelle comunità) e continuare a curarsi ciò che resta. Ma non è la logica di Dio, senza quella pecorella il gregge non è lo stesso e il pastore si preoccupa di tutte sempre, non fa finta di nulla.

Una moneta che si perde in casa. Immagine stupenda di noi uomini che ci perdiamo nelle nostre cose, quelle quotidiane, aggrovigliati nelle nostre convinzioni, superbie, orgogli…fino a perdere di vista noi stessi, la bellezza di ciò che siamo. La casa nella parabola viene messa sottosopra, vengono chiamati rinforzi per ritrovare la moneta. Si fa festa al ritrovo. Dio non smette mai ti cercarti e farti sentire la gioia del ritrovarti. Quante occasioni, situazioni, persone spesso ci vengono messe a disposizione per ritrovarci, ma facciamo finta di nulla nella nostra testardaggine di credere che siamo nel giusto e gli altri a non capire.

Poi la terza parabola, la più famosa, quella del figliol prodigo.

Un figlio che chiede l’eredita e va via. Chiede una cosa che gli spetterebbe a morte del padre, quindi per lui il padre è morto, chiude la sua relazione con il padre nonostante questo sia ancora in vita.

Siamo noi, tutti noi, quando decidiamo di continuare ad essere uomini, vivere, agire e pensare con i nostri talenti e mezzi (la nostra eredità) ma togliendo totalmente Dio dal nostro orizzonte. Magari siamo anche praticanti cristiani, ma togliamo Dio dalle decisioni della vita. Una cosa è la religiosità, una cosa sono le decisioni e le azioni concrete della vita di tutti i giorni.

Spende tutto il figlio, consuma i suoi avere in cose fragili, che danno piacere, ma fragili e non durature. Come noi che spendiamo tutte le nostre energie autodistruggendoci in scelte, pensieri, che nulla hanno di prezioso per la vita alcune volte.

Si ravvede ad un certo punto, dice il testo “torna in se stesso”. Si scuote, capisce che oltre non può andare. Si, e lo capisce solo quando ha toccato il fondo totale, quando è li in mezzo ai porci e non può mangiare nemmeno il mangiare dei porci che non lo merita.

Spesso possiamo capire davvero di aver fallito in noi stessi e nelle nostre cose e che dovevamo dare ascolto alle mille voci positive che ci scuotevano solo quando tocchiamo il fondo totale.

Si alza e vuole tornare a chiedere perdono al padre, certo che non potrà avere una relazione padre-figlio perchè ormai l’ha rotta, ma almeno essere un lavoratore servo, avere un vita più dignitosa di stare tra i porci.

Si incammina e per sua meraviglia scopre un padre che l’aspetta, che corre incontro a lui e lo riempie di amore e attenzione, pronto a dimenticare il suo desiderio di abbandonarlo e rinnegarlo.

Così fa Dio con noi.

Dio ci abbraccia nelle nostre fragilità, accarezza le ferite che ci siamo provocati toccando il fondo e pensando di non poter più fare cose belle nella vita. Fa festa, ridandoci la dignità di figli, per rifare ancora cose belle nel suo nome.

Ma arriva il figlio maggiore e si arrabbia. Lui chiedeva almeno un capretto per gli amici e non lo prendeva e questo padre fa uccidere il vitello grande per un figlio ingrato. Lui non doveva chiedere il capretto, poteva prenderlo e non lo fa, forse per paura, timore, troppo rispetto.

Questo figlio maggiore vive col padre ma non vive in pieno una relazione, la vede troppo impostata. Simile e tanti di noi incapaci di gioire per i cambiamenti positivi altrui, ma solo pronti a giudicare gli errori e fallimenti. Forse non abbiamo un’idea di Dio Padre-Amore, ma un’idea di Padrone-Giudice.

Noi dobbiamo fare come Dio verso gli altri, come fa con noi, gioire per il cambiamento positivo, non giudicare l’errore.

UNO SGUARDO ALLA PRIMA LETTURA – Es 32,7-11.13-14

Mosè riesce a far sciogliere il cuore di Dio che voleva inviarlo a dare punizione ad un popolo peccatore ed ostinato. Mosè, già immagine del Maestro Gesù, si rende intermediario tra Dio e il popolo per chiedere la Misericordia. Dio nella Bibbia cresce e matura come continuo Dio Misericordioso che cerca l’uomo lì dove si perde.

UNO SGUARDO ALLA SECONDA LETTURA – 1 Tm 1,12-17

Paolo racconta non l’episodio della sua conversione, ma il sentimento dietro. Lui era un peccatore accanito, e lo dice senza vergogna, e dice di essere perchè nell’ignoranza, cioè non consapevole di Cristo. Sottolinea che Dio gli ha usato Misericordia.

Paolo ci invita a non temere il più brutto dei nostri peccati, nulla può bloccarci dall’Amore di Dio pronto a riabilitarci.

ECCO I TESTI DELLE LETTURE

VANGELO – Lc 15,1-32

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

PRIMA LETTURA – Es 32,7-11.13-14

In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”».
Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione».
Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”».
Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

SECONDA LETTURA – 1 Tm 1,12-17

Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

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