Catechesi – “LA CHIAMATA ALLA SANTITA’ “

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Catechesti sui numeri 3-34 dell’Esortazione Apostolica Gaudete Et Exsultate di Papa Francesco a cura di Massimiliano Arena

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#14Aprile2018 “CAMMINARE SUL MARE” (Sabato 2a di Pasqua)

#14Aprile #vangelodelgiorno #TempoPasquale

Il mare nella Sacra Scrittura è simbolo del male. Quante volte la nostra vita si presenta come una tempesta, un mare agitato, un male che sembra travolgerci e non lasciarci? Troppe volte. Gesù cammina sulle acque, ci sta sopra, senza affondare. Gesù domina il male. Il limite del male è l’amore di Dio. Egli non si avvicina alla barca per tirarla a riva ma cammina sulle acque perché chi si fida possa seguirlo. Gesù non ci tira fuori dalla tempesta di male della vita ma è lì presente, pronto a camminare sul male ma attendendo la nostra volontà di fidarci e seguirlo. Lui è amore che non si impone, ma propone e dice “non abbiate paura”… Uno dei 365 inviti presenti nella. Bibbia, uno per ogni giorno dell’anno.
(Massimiliano Arena)

#18Marzo2018 “VITA DA SPRECARE O VITA DA INVESTIRE?” – (5a di #QUARESIMA /B)

Giovanni 12,20-33

Ora tra quelli che salivano alla festa per adorare c’erano alcuni Greci. Questi dunque, avvicinatisi a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, gli fecero questa richiesta: «Signore, vorremmo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea; e Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro, dicendo: «L’ora è venuta, che il Figlio dell’uomo dev’essere glorificato. In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna. Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l’onorerà. Ora, l’animo mio è turbato; e che dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma è per questo che sono venuto incontro a quest’ora. Padre, glorifica il tuo nome!» Allora venne una voce dal cielo: «L’ho glorificato, e lo glorificherò di nuovo!». Perciò la folla che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Gli ha parlato un angelo». Gesù disse: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo; e io, quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me». Così diceva per indicare di qual morte doveva morire.

VITA DA SPRECARE O VITA DA INVESTIRE?

Ultima Domenica di Quaresima. Un cammino, dalla prima Domenica, che ci introdotti in una “palestra” di riflessione, silenzio in cui allenare il cuore a scavarsi dentro. Le provocazioni di queste domeniche sono state molteplici, tutte incentrate al mettere ordine in noi, chiarificarci una domanda: quanto davvero voglio essere suo discepolo? La fine della Quaresima indica anche l’arrivo della Settimana Santa, degli eventi riguardanti la passione. I vangeli letti seguono anche questa linea temporale. Di Lui, di Gesù, si sentiva già parlare tanto in giro, sia bene che male, ed in molti ormai cresceva il desiderio di vederlo. I Greci chiedono espressamente di vedere Gesù. Un particolare che la dice lunga: essi sono sempre stati visti come i pagani per eccellenza, perché politeisti, cercatori di verità in vari dei. Essi chiedono di vedere. Ciò ci insegna due grandi cose: nessuno è escluso dal cercare Gesù, e quando lo cerchi devi desiderare di vederlo. Gesù agisce e risponde in maniera strana, dura ma vera. Avrebbe potuto correre da loro, farsi conoscere, fare qualche miracolo,ma no, egli incalza subito con il discorso della morte e della Passione e fa una vera e propria lezione di amore, di radicalità nell’amore. Ci siamo detti all’inizio di questa riflessione di rispondere alla domanda sul quanto davvero vogliamo essere suo discepoli. Bene, esserlo vuol dire entrare nell’ottica del seme che muore, dell’uomo che sa perdere la vita, sa metterla sulla bilancia per maturare la vita eterna. È una logica dell’amore profonda. La logica del seme che muore è la consapevolezza di non vivere per se stessi, ma per un progetto più grande di me stesso, di donarci la vita, sino a morire consapevole che io possa scomparire ma il progetto di Amore continua. In quest’ottica si comprende come anche l’idea di morte si relativizza. Io esisto e sono chiamato ad un progetto, dove non contano i miei meriti e le mie forze, ci sono dentro. Chi ci chiama oggi a cose grandi? Nessuno, tutti ci chiamano a cose mediocri chiedendo da noi il massimo della forza. Investiamo il tutto di noi, dalla dignità alle economie, in cose inutili e mediocri. Cristo ci chiede di investire in qualcosa di serio e concreto: in Dio e nel Suo progetto di Amore per il mondo. La mia relazione con Lui non è qualcosa di solitario, non è un qualcosa di solo intimistico: se amo Lui, se voglio seguirlo, se voglio vederlo, devo donarmi, entrare nell’ottica del seme che muore e che da frutto. Ne viene una vita meravigliosa, spesa per amore, o meglio dire una vita investita e non sprecata. Investire in Cristo, volerlo conoscere, seguirlo, vederlo sulla via dell’Amore e della Passione, del fino in fondo, ci permette di investire il tutto di noi nella banca della vita dove aumenteremo il capitale della nostra bellezza e di quella altrui.

Siamo un po’ troppo abituati ad avere tutto e subito. Ci manca la logica del “seme che muore”, dell’investire in amore, dell’investire nel futuro in progettualità. Ci manca nella fede e ci manca nella vita. Investire se stessi come seme che muore, oggi apparentemente, perché è un passaggio necessario per la rifioritura. Investire in amore, relazioni, formazione cristiana e umana, formazione professionale e di competenze, investire con amore perché noi siamo solo parte di un piccolo progetto più grande di noi.

#10marzo2018 “POSSO RESETTARE E RICOMINCIARE LA MIA VITA PERCHÉ DIO AMA ME” (4a di #QUARESIMA /B)

A cura di Massimiliano Arena,


Giovanni 3, 14-21
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio (…)».

RIFLESSIONE

Un Vangelo dolcissimo, parla di amore e di tenerezza, ma che mi spinge immediatamente ad un autocritica dura, forse non condivisibile, ma di cui mi prendo per primo la responsabilità: maledetti noi cristiani che abbiamo fatto passare l’immagine di un Dio “giudice” che è li, accanto a noi, con il fiato sul collo, a dire ciò che si fa e ciò che non si fa.

Meravigliosa perciò questa frase del Vangelo che ci dice: “Dio non ha mandato il Figlio per giudicare ma per salvare”. Chi necessita di salvezza? Tutti noi, ogni uomo, ogni credente, ogni indifferente e menefreghista nei confronti di Dio e della vita, ogni ateo. Salvezza? Cosa è? Salvezza viene da “Salus” termine latino che indica ciò che mi fa star bene. Nulla più dell’Amore, che è Dio stesso, può farci stare bene. La risposta quindi è Dio stesso, e noi uomini, sue creatura, per nostra natura fatti di “particelle di amore” necessitiamo di amare ed esser amati. Il nostro limitato ragionare umano rende meritevole di amore solo chi ama, in una grande logica di contraccambio. Il cattivo, spesso tale perché a lui stesso sono state chiuse le porte dell’amore, quindi non avrà amore, non lo merita. Sarà sempre doppiamente vittima. Per Dio, Colui che salva, non è così, Dio ama tutti. Il Vangelo dice che chi non crede è condannato. Credere non è andare a messa, ricevere puntualmente tutti i sacramenti, essere bravi cristiani. Credere è qualcosa che riguarda il profondo di me stesso, del mio intimo, il mio bisogno di nutrimento interiore. Il verbo “credere” non può essere diviso dal sostantivo “fede”, dal latino “fidei”, che significa “fiducia”. Quindi credere è avere la consapevolezza, la “fiducia”, avere fede che nonostante la mia povertà Dio mi ama, non per darmi la mera consolazione convincendomi che almeno Lui in ultima spiaggia si prende cura di me, ma per farmi prendere consapevolezza che Egli non guarda al passato, non spinge a piangersi inutilmente addosso, ma mi tende la mano, indica, accompagna, costruisce con me un nuovo futuro che ogni giorno può avere inizio solo dalla mia volontà di mettere tutto ciò in moto. Credere allora significa ammettere che con Dio posso cambiare la mia esistenza, avere una vita nuova, con nuove scelte, nuovi sguardi, nuove ottiche. Da qui poi nasce il nutrimento di questo amore, di questa fiducia. Il rapporto silenzioso con Lui, con la Bibbia, la Messa, i sacramenti, altro non so che ciò che nutre questa mia fiducia, amore, ciò che mi indica, come in una palestra, come muovermi.

Dio mi è con il fiato sul collo, ma non per giudicarmi, controllarmi, ma con il fiato sul collo di un innamorato che abbraccia, riscalda. All’inizio del brano si dice che “deve esser innalzato come il serpente di Mose”. Che significa? Nella storia della liberazione degli ebrei Mosè per convincere il faraone che il Dio del popolo di Israele era vero trasforma il bastone in serpente, e lo innalza, come segno. Così Gesù si è innalzato, inchiodato sulla Croce, da giusto di è fatto colpevole, per dimostrare agli uomini il suo amore. Quando non capiamo più se davvero ci ama, se ha fiducia in noi, se c’è nella nostra vita, pesante, quella mano ancora pronta a guidarci, allora guardiamo la Croce.

Questa è la fede, meravigliosa, nulla di più di un meraviglioso intreccio di sguardi che può cambiarmi la vita. Quando ti senti solo non hai forza per nulla, quando ti senti amato sai che puoi lottare, in nome e con qualcuno. Spesso ciò che ci manca in realtà è amore a noi stessi, più che non credere in Dio non crediamo in noi stessi, e che con Lui possiamo farcela. Concludo con una brano di uno scrittore, autore di un testo meraviglioso edito anni fa, dal titolo “Sentirsi Amati”, Henri Nouwen. Egli scrive: “Diventare gli Amati significa lasciare che la verità dell’ ”essere amati” si incarni in ogni cosa che pensiamo, diciamo o facciamo. Ciò comporta un lungo e doloroso processo di appropriazione o, meglio, di incarnazione. Finché “essere l’Amato” è poco più di un bel pensiero o di una idea sublime, sospesa sulla mia vita per impedirmi di diventare depresso, niente cambia veramente. Ciò che è richiesto, è diventare l’Amato nella banale vita di ogni giorno e, a poco a poco, colmare il vuoto che esiste tra ciò che io so di essere e le innumerevoli specifiche realtà della vita quotidiana. Diventare l’Amato significa calare nella ordinarietà di ciò che io sono e, quindi, di ciò che penso, dico e faccio ora dopo ora, la verità che mi è stata rivelata dall’alto.”

#4marzo2018 “LASCIARSI SFUGGIRE LA BELLEZZA” (Lunedì 3a di #QUARESIMA)

#5Marzo #vangelodelgiorno #QUARESIMA #20giorno #lunedi #3settimana

“LASCIARSI SFUGGIRE LA BELLEZZA”

Gesù passa e va via, nella confusione della folla svanisce. La folla lo cercava per incolparlo perché non aveva compreso. Nessuno è profeta in patria dice il Vangelo, ma è l’atteggiamento che abbiamo più spesso: denigrare chi ci è vicino senza gustare le sue capacità e senza valorizzarle. È accaduto anche con Gesù.
La prima lettura parla di un Dio che cerca le situazioni piccole, le persone semplici per riempirle di doni. Ne vengono tre riflessioni forti:
✅ Dio ci ha scelti, anche se piccoli, per contenere dei doni grandi che sono per noi una missione.
✅ Se sei cristiano e hai deciso di seguire il cammino della Croce devi essere #Amore sempre e comunque. Anche se non sei accettato devi sempre e comunque mettere a disposizione i tuoi talenti per gli altri perché come Gesù non puoi fermare la tua missione anche se rifiutato.
✅ Apriamo gli occhi a guardare i doni di Dio nei fratelli…. Questo è #Amore, questa è purificazione da un mondo di invidia che si apre come dice San Paolo al “gareggiare nello stimarsi a vicenda”

( Massimiliano Arena)

#4Marzo2018 – “NON TRASFORMARTI IN UNA MERCE SVENDUTA” (3a Domenica di Quaresima/B)

 

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Giovanni 2, 13-25

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

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