#18Marzo2018 “VITA DA SPRECARE O VITA DA INVESTIRE?” – (5a di #QUARESIMA /B)

Giovanni 12,20-33

Ora tra quelli che salivano alla festa per adorare c’erano alcuni Greci. Questi dunque, avvicinatisi a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, gli fecero questa richiesta: «Signore, vorremmo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea; e Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro, dicendo: «L’ora è venuta, che il Figlio dell’uomo dev’essere glorificato. In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna. Se uno mi serve, mi segua; e là dove sono io, sarà anche il mio servitore; se uno mi serve, il Padre l’onorerà. Ora, l’animo mio è turbato; e che dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma è per questo che sono venuto incontro a quest’ora. Padre, glorifica il tuo nome!» Allora venne una voce dal cielo: «L’ho glorificato, e lo glorificherò di nuovo!». Perciò la folla che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Gli ha parlato un angelo». Gesù disse: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo; e io, quando sarò innalzato dalla terra, attirerò tutti a me». Così diceva per indicare di qual morte doveva morire.

VITA DA SPRECARE O VITA DA INVESTIRE?

Ultima Domenica di Quaresima. Un cammino, dalla prima Domenica, che ci introdotti in una “palestra” di riflessione, silenzio in cui allenare il cuore a scavarsi dentro. Le provocazioni di queste domeniche sono state molteplici, tutte incentrate al mettere ordine in noi, chiarificarci una domanda: quanto davvero voglio essere suo discepolo? La fine della Quaresima indica anche l’arrivo della Settimana Santa, degli eventi riguardanti la passione. I vangeli letti seguono anche questa linea temporale. Di Lui, di Gesù, si sentiva già parlare tanto in giro, sia bene che male, ed in molti ormai cresceva il desiderio di vederlo. I Greci chiedono espressamente di vedere Gesù. Un particolare che la dice lunga: essi sono sempre stati visti come i pagani per eccellenza, perché politeisti, cercatori di verità in vari dei. Essi chiedono di vedere. Ciò ci insegna due grandi cose: nessuno è escluso dal cercare Gesù, e quando lo cerchi devi desiderare di vederlo. Gesù agisce e risponde in maniera strana, dura ma vera. Avrebbe potuto correre da loro, farsi conoscere, fare qualche miracolo,ma no, egli incalza subito con il discorso della morte e della Passione e fa una vera e propria lezione di amore, di radicalità nell’amore. Ci siamo detti all’inizio di questa riflessione di rispondere alla domanda sul quanto davvero vogliamo essere suo discepoli. Bene, esserlo vuol dire entrare nell’ottica del seme che muore, dell’uomo che sa perdere la vita, sa metterla sulla bilancia per maturare la vita eterna. È una logica dell’amore profonda. La logica del seme che muore è la consapevolezza di non vivere per se stessi, ma per un progetto più grande di me stesso, di donarci la vita, sino a morire consapevole che io possa scomparire ma il progetto di Amore continua. In quest’ottica si comprende come anche l’idea di morte si relativizza. Io esisto e sono chiamato ad un progetto, dove non contano i miei meriti e le mie forze, ci sono dentro. Chi ci chiama oggi a cose grandi? Nessuno, tutti ci chiamano a cose mediocri chiedendo da noi il massimo della forza. Investiamo il tutto di noi, dalla dignità alle economie, in cose inutili e mediocri. Cristo ci chiede di investire in qualcosa di serio e concreto: in Dio e nel Suo progetto di Amore per il mondo. La mia relazione con Lui non è qualcosa di solitario, non è un qualcosa di solo intimistico: se amo Lui, se voglio seguirlo, se voglio vederlo, devo donarmi, entrare nell’ottica del seme che muore e che da frutto. Ne viene una vita meravigliosa, spesa per amore, o meglio dire una vita investita e non sprecata. Investire in Cristo, volerlo conoscere, seguirlo, vederlo sulla via dell’Amore e della Passione, del fino in fondo, ci permette di investire il tutto di noi nella banca della vita dove aumenteremo il capitale della nostra bellezza e di quella altrui.

Siamo un po’ troppo abituati ad avere tutto e subito. Ci manca la logica del “seme che muore”, dell’investire in amore, dell’investire nel futuro in progettualità. Ci manca nella fede e ci manca nella vita. Investire se stessi come seme che muore, oggi apparentemente, perché è un passaggio necessario per la rifioritura. Investire in amore, relazioni, formazione cristiana e umana, formazione professionale e di competenze, investire con amore perché noi siamo solo parte di un piccolo progetto più grande di noi.

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#10marzo2018 “POSSO RESETTARE E RICOMINCIARE LA MIA VITA PERCHÉ DIO AMA ME” (4a di #QUARESIMA /B)

A cura di Massimiliano Arena,


Giovanni 3, 14-21
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio (…)».

RIFLESSIONE

Un Vangelo dolcissimo, parla di amore e di tenerezza, ma che mi spinge immediatamente ad un autocritica dura, forse non condivisibile, ma di cui mi prendo per primo la responsabilità: maledetti noi cristiani che abbiamo fatto passare l’immagine di un Dio “giudice” che è li, accanto a noi, con il fiato sul collo, a dire ciò che si fa e ciò che non si fa.

Meravigliosa perciò questa frase del Vangelo che ci dice: “Dio non ha mandato il Figlio per giudicare ma per salvare”. Chi necessita di salvezza? Tutti noi, ogni uomo, ogni credente, ogni indifferente e menefreghista nei confronti di Dio e della vita, ogni ateo. Salvezza? Cosa è? Salvezza viene da “Salus” termine latino che indica ciò che mi fa star bene. Nulla più dell’Amore, che è Dio stesso, può farci stare bene. La risposta quindi è Dio stesso, e noi uomini, sue creatura, per nostra natura fatti di “particelle di amore” necessitiamo di amare ed esser amati. Il nostro limitato ragionare umano rende meritevole di amore solo chi ama, in una grande logica di contraccambio. Il cattivo, spesso tale perché a lui stesso sono state chiuse le porte dell’amore, quindi non avrà amore, non lo merita. Sarà sempre doppiamente vittima. Per Dio, Colui che salva, non è così, Dio ama tutti. Il Vangelo dice che chi non crede è condannato. Credere non è andare a messa, ricevere puntualmente tutti i sacramenti, essere bravi cristiani. Credere è qualcosa che riguarda il profondo di me stesso, del mio intimo, il mio bisogno di nutrimento interiore. Il verbo “credere” non può essere diviso dal sostantivo “fede”, dal latino “fidei”, che significa “fiducia”. Quindi credere è avere la consapevolezza, la “fiducia”, avere fede che nonostante la mia povertà Dio mi ama, non per darmi la mera consolazione convincendomi che almeno Lui in ultima spiaggia si prende cura di me, ma per farmi prendere consapevolezza che Egli non guarda al passato, non spinge a piangersi inutilmente addosso, ma mi tende la mano, indica, accompagna, costruisce con me un nuovo futuro che ogni giorno può avere inizio solo dalla mia volontà di mettere tutto ciò in moto. Credere allora significa ammettere che con Dio posso cambiare la mia esistenza, avere una vita nuova, con nuove scelte, nuovi sguardi, nuove ottiche. Da qui poi nasce il nutrimento di questo amore, di questa fiducia. Il rapporto silenzioso con Lui, con la Bibbia, la Messa, i sacramenti, altro non so che ciò che nutre questa mia fiducia, amore, ciò che mi indica, come in una palestra, come muovermi.

Dio mi è con il fiato sul collo, ma non per giudicarmi, controllarmi, ma con il fiato sul collo di un innamorato che abbraccia, riscalda. All’inizio del brano si dice che “deve esser innalzato come il serpente di Mose”. Che significa? Nella storia della liberazione degli ebrei Mosè per convincere il faraone che il Dio del popolo di Israele era vero trasforma il bastone in serpente, e lo innalza, come segno. Così Gesù si è innalzato, inchiodato sulla Croce, da giusto di è fatto colpevole, per dimostrare agli uomini il suo amore. Quando non capiamo più se davvero ci ama, se ha fiducia in noi, se c’è nella nostra vita, pesante, quella mano ancora pronta a guidarci, allora guardiamo la Croce.

Questa è la fede, meravigliosa, nulla di più di un meraviglioso intreccio di sguardi che può cambiarmi la vita. Quando ti senti solo non hai forza per nulla, quando ti senti amato sai che puoi lottare, in nome e con qualcuno. Spesso ciò che ci manca in realtà è amore a noi stessi, più che non credere in Dio non crediamo in noi stessi, e che con Lui possiamo farcela. Concludo con una brano di uno scrittore, autore di un testo meraviglioso edito anni fa, dal titolo “Sentirsi Amati”, Henri Nouwen. Egli scrive: “Diventare gli Amati significa lasciare che la verità dell’ ”essere amati” si incarni in ogni cosa che pensiamo, diciamo o facciamo. Ciò comporta un lungo e doloroso processo di appropriazione o, meglio, di incarnazione. Finché “essere l’Amato” è poco più di un bel pensiero o di una idea sublime, sospesa sulla mia vita per impedirmi di diventare depresso, niente cambia veramente. Ciò che è richiesto, è diventare l’Amato nella banale vita di ogni giorno e, a poco a poco, colmare il vuoto che esiste tra ciò che io so di essere e le innumerevoli specifiche realtà della vita quotidiana. Diventare l’Amato significa calare nella ordinarietà di ciò che io sono e, quindi, di ciò che penso, dico e faccio ora dopo ora, la verità che mi è stata rivelata dall’alto.”

#4Marzo2018 – “NON TRASFORMARTI IN UNA MERCE SVENDUTA” (3a Domenica di Quaresima/B)

 

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Giovanni 2, 13-25

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

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#25febbraio2018 “LA NECESSITÀ DI FARE PIT STOP NELLA VITA” (2a Domenica di #QUARESIMA /B)


Marco 9,2-10.
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro
e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.
E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù.
Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!».
Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento.
Poi si formò una nube che li avvolse nell’ombra e uscì una voce dalla nube: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!».
E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risuscitato dai morti.
Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti.

⭕⭕”LA NECESSITÀ DI FARE PIT STOP NELLA VITA” ⭕⭕

🔍 Siamo alla ricerca continua nel peso della quotidianità di momenti di pace, serenità. Spesso ci sentiamo quasi morire, privi di energie e motivazioni che ci vengono private dalle delusioni e paure. Non era diverso per i discepoli che seguivano Gesù e cominciavano a sentir parlare di croce e morte.
💉 Gesù percepisce che necessitano di un iniezione di #fiducia e #speranza. Li porta su un monte, luogo appartato, per gustare un anticipo di Resurrezione. Lo fa in intimità.

⛪💒 La #preghiera è questa intimità. La preghiera quotidiana è questo necessario pit stop a cui dedicare alcuni minuti quotidiani per ritrovare noi stessi. La preghiera non è ripetizione di parole ma intimità. Cosa pregare? Parlare semplicemente con Gesù, raccontare con gioia, entusiasmo, dolore, rabbia, lacrime ciò che siamo e lasciarci scavare dentro dalla sua Parola.
❤️La preghiera come intimità perché solo nello sguardo di chi mi ama posso ritrovare me stesso. Cerchiamo questi pit stop.

RIFLESSIONE COMPLETA CON VIDEO NEL LINK VEDI VIDEO

26Novembre2017-” RENDERE STRAORDINARIO L’ORDINARIO” (Cristo Re/Anno A) 

Di Massimiliano Arena

 Matteo 25, 31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio delluomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?. E il re risponderà loro: In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lavete fatto a me. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anchessi allora risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?. Allora egli risponderà loro: In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non lavete fatto a me. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

RIFLESSIONE 

Siamo davanti ad uno di quei brani più conosciuti, che nella saggezza popolare spesso risuonano come detti, del tipo dare da bere agli assetati e cose del genere. Se da un lato questo è positivo, perché ci fa capire come la nostra cultura, il nostro vivere, almeno nelle radici, siano pieni di riferimenti cristiani, dallaltro ci fa allontanare dal testo, dalla Sacra Scrittura, dal capire i significati meravigliosi nascosti tra le righe, accontentandoci (come sempre nella vita) del superficiale.

Non voglio dilungarmi, la scena è chiara e semplice. Gesù spiega, come ha fatto già nelle scorse domeniche, cosa accadrà alla fine dei tempi, quando un giorno saremo giudicati da Dio. 

La scena di oggi ci libera da brutte idee su Dio e sul Cristianesimo quale una religione di privazioni, restrizioni, leggi dure ed irraggiungibili. 

Al centro del giudizio cè invece la semplicità della inflazionata parola: AMORE.

Dico inflazionata perché fiumi di poesie, canzoni, riflessioni, libri sono state scritte su di essa, e tutte limitate, sempre, come questa riflessione che leggete. 

Lamore è come un vetro, fatto di minuscoli frammenti di sabbia, dove ognuno è diverso, ed ha il suo valore. Gesù, che dovrebbe esser il Re dellamore, quello che dice le cose migliori e più difficili, in questo episodio parla di un amore spicciolo molto basso, che quasi a sentirlo possiamo dire allora è facile, così siamo buoni tutti. Cosa è dare un bicchiere dacqua? Cosa è andare a trovare un ammalato, un carcerato? Cosa è? Nulla, semplice, facile… eppure, sono gesti che diamo per scontato in questo modo di vivere frettoloso ed egoista. 

Dio ci chiederà conto delle cose semplici, sul suo registro (ammesso che vogliamo immaginarcelo così) ci saranno scritti i litri di acqua versati agli assetati, i chilometri percorsi per trovare qualcuno, le volte che abbiamo saputo abbracciare, accogliere non giudicare. Ma scendendo più a fondo cè un discorso ancora più sconvolgente. Gesù dice lavete fatto a me, ad indicare che Lui è in ogni fratello che incontriamo, nel più fragile e povero. 

Che fine fanno oggi i fragili, i poveri, nella società? È colpa solo dei politici, degli amministratori? Ognuno ha le sue. Questo brano ad un politico impone maggiori riflessioni ed esami di coscienza, ma nessuno è escluso dal dare il proprio contributo. Cosa faccio io per gli altri, per aiutare altri, per aiutare la società a vivere un po meglio? Come rispetto gli altri? Qui si parla di piccoli gesti di rispetto. E poi, ancora più a fondo, una domanda, o meglio una richiesta di giustificazione, la stessa che hanno fatto i discepoli dicendo a Gesù Signore come? quando mai noi ti abbiamo visto?. 

Non risuona simile al nostro dire che faccio di male, non faccio nulla, non calpesto i piedi a nessuno, sono al posto mio?. 

Linghippo è proprio lì: che non facciamo nulla, e questo non ci è permesso. Tutti siamo bisognosi di quei piccoli gesti, e tutti siamo in dovere di donarli. La regola doro non è non fare agli altri ciò che non vuoi venga fatto a te, questo è restare inermi, ma è fa agli altri ciò che vorresti che gli altri facciano a te. Essa ci impone di reagire, esser sempre dinamici e attivi, propositivi, responsabili nellamore, fare i primi passi. 

Venite benedetti dal Padre mio, chi fa ciò è benedetto da Dio, Dio dice-bene di Lui, e la vita diviene un dono, di Dio, che si scioglie nella soddisfazione del Cuore. È vero, chi ama spesso soffre, ma il cuore di chi ha amato è libero, sa di non aver sbagliato, è la libertà interiore, questa benedizione, già qui in terra si vive.

Andate maledetti, non dice da Dio, perché ti maledici da solo, non è Dio a farlo. Nel fare il male, o meglio nel non darti da fare a fare il bene, ti privi della libertà, resti schiavo di egoismi e lentezze. 

Il resto, ciò che accadrà dopo la morte, al giudizio, è cosa di Dio. A noi qui, ora e non domani, il dovere di non restare fermi, di agire, nellamore spicciolo.

Una frase della Sapienza Ebraica diceva: Se non rispondo io di me chi risponderà per me? Ma se rispondo solo di me, sono ancora io?

BUONA DOMENICA!!!

 

#19Novembre2017 “IMPEGNARSI E  STUPIRSI O SOTTERRARSI” (33ma Domenica del Tempo Ordinario A) 

Matteo 25, 14-30 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come ad un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele  gli disse il suo padrone , sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con linteresse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nellabbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti»

RIFLESSIONE 

Ci sono, ci sono!!! Appena aperto il testo di questo Vangelo subito salta alla mente, e agli occhi, una parola da noi molto usata, e ci aiuta subito a capirne il significato: talenti. Per anni, al catechismo, ed in chiesa, si è pensato bene di spiegare questo testo riflettendo sui doni che noi abbiamo, sul fatto che a ciascuno è stato dato un talento che deve far fiorire, quindi impegnarsi. Peccato che il talento di cui parla Gesù è una moneta dellepoca e nulla ha a che fare con il termine talento che usiamo noi per descrivere le capacità di ognuno. Mi spiego meglio.

Spiegare il Vangelo così come detto prima non è sbagliato, ma si rischia di darne una lettura limitata, specialmente nel tempo presente, nella società di oggi dove, oltre ad una crisi economica e politica, ci ritroviamo sempre dinanzi una crisi di autostima. Si ha sempre più difficoltà a credere in se stessi, nei propri doni, nel come investirli. La risposta di alcuni potrebbe esser: Sì è vero che Dio ad ognuno ha dato un talento, ma qual è il mio? Non ne vedo, sono un fallito. 

Gesù voleva dirci qualcosa di più. La piccola storiella ci dice innanzitutto che questo Dio ha fiducia di noi. Ad ognuno di noi consegna qualcosa di Suo. Ci abbiamo mai pensato che in me e nellaltro cè una traccia, la firma di Dio? Forse no, altrimenti avremmo evitato di trattare male, con poco attenzione e delicatezza, sia gli altri che noi. 

Se capiremo che nellaltro cè un riflesso del mistero, dellinfinito, che nel cuore di ciascuno è depositato il mistero della vita, i germogli dellamore, dellesistenza … forse useremo più delicatezza verso noi stessi e verso gli altri. 

Ma andiamo avanti. La domanda che deve nascere da questa provocazione di Gesù non è io quale talento ho? ma: quanto desiderio ho di operare in qualcosa?. È questa la domanda da farsi oggi, ed ogni giorno ad inizio e al termine della giornata, scendendo e salendo dal letto. Non sta tanto a capire cosa ho ricevuto in dono, cosa sono capace di fare, ma quanto voglio mettermi in gioco. 

Spesso, e qui entra in gioco sia lautostima e sia la crisi della società intorno, ci si custodisce e ci si chiude solo nelle proprie cose, pensando ai propri interessi, anche nascondendo fragilità, vergognandosi. Spesso, come il tizio che ha sotterrato il talento per paura, per varie e false paure diventiamo dei sotterrati nella vita, incapaci di reagire, di operare, pensare. Ci accontentiamo della mediocrità. Dio ci ha donato lesistere, il Suo amore innanzitutto, e tanti doni. Ogni giorno è una meravigliosa sfida ad operare il bene, a cercare e osare il meglio. I doni che ho nello specifico li scopro solo se investo, solo se mi metto in gioco. Solo se comprendo che non mi è permesso di restare con le mani in mano. La vita, la mia vita, quella dei fratelli accanto, la società, attende il mio contributo, il mio amore, la mia responsabilità, il mio coraggio, il mio tirar fuori il carattere quando è necessario ed il mio riversare dolcezza quando è necessario. La vita è la sfida dellamore. E da lì nasce che è sempre così, che non è la malattia, la prova, il dolore, la povertà economica, una disabilità, la perdita di cose o persone care che possono impedirti di fare ed esser ciò. Anzi, più privazioni e precarietà ci sono, soprattutto a livello morale, fisico, spirituale e più si avverte la bellezza di esser dono, di potersi giocare. 

In questi giorni, girovagando tra le corsie dellospedale, mi rendo conto che la vita ha bisogno di esser relativizzata, spogliata di tante cose inutili. Anche dinanzi ad un ammalato, forse senti di poter far poco, in alcuni casi sai che puoi lottare accanto e farlo vivere, e farlo vivere amato; in altri senti che non puoi far nulla …allora cosa sei? Non sei più dono? No, la vita è sfida sempre, la vita è amore sempre, la vita è responsabilità sempre, la vita è vita … e non ci è permesso di stare con le mani in mano. 

#12Novembre2017 “SCEGLIERE DI STARE TRA IL SAPORE E IL NON SAPORE” (32ma T. Ord/A)

A cura di Massimiliano Arena


 Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 25,1-13. 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. 
Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 
le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; 
le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell’olio in piccoli vasi. 
Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. 
A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro! 
Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 
E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. 
Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. 
Ora, mentre quelle andavano per comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 
Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! 
Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. 
Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.” 

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