#10settembre2017 “IMPARARE AD ESSERE COMUNITÀ E NON BRANCO” (23ma Tempo Ordinario-anno A)” 

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 18,15-20. 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 
se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 
Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. 
In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo. 
In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. 
Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». 
RIFLESSIONE VIDEO https://youtu.be/Xh0lZqgkz1k

RIFLESSIONE SCRITTA

Gesù ci indica un piccolo manuale della fraternità, del come comportarsi in una particolare situazione, che è la principale in cui spesso da persone ci trasformiamo in veri animali, e da comunità diventiamo dei veri e propri branchi in cui non vi è neppure il senso di appartenenza, ma solo lotta reciproca, non purtroppo per il cibo come gli animali, ma per gelosia, invidia, supremazia. La situazione è l’errore dei fratelli. Siamo abituati quasi A gioire davanti agli errori dei fratelli, pronti ad avere il pretesto di puntare il dito e farlo sentire da meno, così che noi possiamo assolvere al sentirci bravi, belli, puliti. Davanti all’errore del fratello ci ergiamo a maestri che sanno cosa è giusto fare, spesso ferendo fratelli già feriti dai loro stessi errori. Gesù indica quattro passaggi graduali che sono dettati da un approccio di amore, di chi sa far diventare l’errore del fratello un’ occasione di amore. Partire con in dialogo privato in cui manifestare l’amore, la vicinanza, il sostegno per migliorare, non da maestro, ma da persona che dice che è il primo a sbagliare e quindi ci sosteniamo. Il secondo passaggio con un altro, non per rinforzo, ma per far sentire che c’è una comunità, una fraternità che sostiene, sempre senza ergersi a maestri, ma a fratelli che stanno accanto. Il terzo chiede di farlo con tutta la comunità, non per far sentire un branco, ma far sentire una famiglia che sta attorno, che senza giudicare non punta il dito ma tende la mano, si fa carico della fragilità perché fatta di fratelli fragili che si danno una mano reciproca. Quarto lasciare libero, se il fratello non comprende l’errore, lasciare libero ma senza comunque giudicare ma lasciando sempre aperta la porta dell’amore. 

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